Facce stanche e guerriglia urbana

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Ieri sera, senza ancora aver visto le immagini degli scontri e delle devastazioni, ho incrociato qualche gruppo di persone che tornava dalla manifestazione degli "indignati" italiani. Ho provato - per la prima volta in vita mia - un senso di "estraneità" e di "distanza", poca voglia di solidarizzare. La manifestazione mi sembrava avesse analisi, obiettivi e parole d'ordine poco chiari, ancora meno chiari di quanto avvenuto in Spagna o a Wall Street. Ma non è tanto questo che mi ha impedito di provare quel minimo di simpatia che di solito accordo a chiunque scelga di scendere in strada in prima persona per chiedere giustizia. Ho visto nelle facce di quelle persone che ho incontrato lo scoramento di una giornata andata a vuoto, lo scoramento di tante altre manifestazioni di sinistra cui ho assistito o attivamente partecipato. Si dirà: ovvio, i pochi facinorosi che rovinano la festa di tanti. Ma non penso sia questo il motivo della delusione strisciante che ho visto - o magari anche solo proiettato io - sui volti dei manifestanti. Prima ancora del ricorso alla "violenza" - che è un problema in sè molto complesso - io penso che si sia trattato di uno dei tanti riti identitari della sinistra di piazza che si ripetono stancamente da anni. Una sinistra che non ha più un progetto, un'analisi e delle strategie condivise e, dunque, nemmeno più un'identità e che cerca di sopperire alle prime andando alla ricerca di quest'ultima. Ma così è come camminare a gambe all'aria. Ammesso che un'identità "forte" sia un fattore politico di per sé decisivo e necessario alla trasformazione - cosa di cui pure dubito - essa senz'altro non può precedere l'analisi della realtà sociale e politica e l'individuazione di strategie concrete di azione e cambiamento. Ed è proprio questo che manca nella sinistra italiana. Tra il mare magnum dell'opportunismo del PD e il settarismo identitario dei vari gruppuscoli radicali non c'è alcun serio tentativo di colmare la distanza che ci separa dalla realtà per tentare di cambiarla. E non ci rimangono, dunque, che le urla sparate a salve dai megafoni nei momenti in cui ci ritroviamo in piazze sempre più vuote di rapporti, di sguardi, di vita. Sempre meno nostre, quindi, che siamo capaci di "occupare" per il tempo concessoci dalla prefettura a manifestare il nostro orgoglio di esserci. Anche se poi il nostro essere là non ha alcun obiettivo preciso, alcuna conseguenza reale, alcuna possibilità di portarci davvero là dove vorremmo.

In questo vuoto di idee e di azioni significative, in questa incapacità cronica di costruire uno spazio comune dove poter dire liberamente "noi" senza sentire il peso soverchiante dell'identitarismo e dell'ideologia, si inseriscono gli incappucciati di ogni sorta. Sappiamo che a volte sono infiltrati ma non nascondiamoci dietro a questo comodo alibi. Ne ho sentiti tanti, anche tra insospettabili e miti militanti, guardare con occhio benevolo, se non addirittura con simpatia, questo genere di "azioni". Non mi è difficile immaginare alcune persone che conosco aspettare il momento giusto per indossare i panni del distruttore metropolitano di professione. Dunque il problema c'è e va affrontato come un problema interno al movimento anti-capitalista. Questo non significa che la protesta deve sempre limitarsi ad essere "simbolica" e non possa mai giungere a mettere in discussione il confine della "legalità". Anche una protesta pacifica può giungere in alcuni casi a oltrepassare quel confine, basti pensare alla disobbedienza civile senza la quale tante conquiste nel campo dei diritti non sarebbero possibili. Oppure penso a quando dei lavoratori e cittadini giungono ad uno stato di prostrazione tale da richiedere un gesto eclatante che rompa il cerchio del silenzio mediatico o anche solo impedisca che sulla loro pelle venga commessa una palese ingiustizia o i loro territori vengano militarizzati. Esistono insomma casi in cui il confronto, anche duro, con le forze dell'ordine è una necessità di pura e semplice sopravvivenza. Sono situazioni difficili che andrebbero gestite con l'intelligenza di cui non sempre è armato chi si trova indifeso ed esposto alla violenza del potere. Ma sicuramente non è la situazione in cui ci mettono gli incappucciati dal sasso facile, quelli che trovano giusto e anche utile - oltre che divertente - spaccare vetrine, incendiare auto e simili. Gesti la cui utilità mi è sempre sfuggita. E non parlo solo delle ricadute mediatiche che essi hanno sul movimento anti-capitalista in generale. In alcuni casi la necessità ti costringe a portare avanti le tue idee anche se la maggioranza le trova assurde. Essere bollati come "estremisti" non è un'infamia se la moderazione è complice dell'ingiustizia sociale e delle guerre. Ma in questo caso ciò che manca è proprio una giustificazione politica, strategica e tattica di una violenza che assomiglia tanto a vuoto ribellismo adolescenziale. Qual è il senso dell'azione di devastazione? Quali conseguenze politiche si sperano di ottenere? Quale strategia persegue chi mette in pratica le sue tattiche di "guerriglia" urbana? Non è chiaro. Probabilmente perché non c'è nulla di tutto questo. Distruggere la vetrina di una banca può forse dare qualche soddisfazione temporanea ad un precario ma non ha nessun effetto nè immediato, nè a lungo termine sul sistema delle banche e della finanza che lo rende tale. E' ridicolo doverlo ricordare ma se non è questo il senso del "gesto" allora non si capisce quale sia. La speranza di un'emulazione da parte di chi ti osserva lanciare sassi? La convinzione che la guerriglia scateni un sollevamento generale? Che il tipo a cui hai bruciato la macchina prenda in mano la spragna e invece di dartela in testa marci assieme a te verso il sol dell'avvenire? La situazione è grave ma non è seria, compagni.

Il sonno della ragione genera mostriciattoli. Quelli che dedicano la vita a costruire alleanze parlamentari con palazzinari e industriali, quelli che urlano e ballano nelle strade a suon di ska quando suona l'ora e quelli che lanciano sassi perché loro sì che fanno la rivoluzione. E poi, è vero, ci sono anche quelli che stanno a casa a scrivere sul blog che fa tutto schifo. Ma non è disfattismo: è la convinzione che senza la critica e l'auto-critica non c'è possibilità di un vero cambiamento. Se manca la prima, ci si abitua alla squallida normalità dello sfruttamento. Se manca la seconda, si scambia la propria marginalità e diversità sociale per un valore. Ci si convince di essere diversi, ma si è solo l'altra metà di un mondo che marcisce.