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"In amore la fedeltà significa che la casualità di un incontro viene sconfitta giorno dopo giorno dall'invenzione di qualcosa che durerà" (Alain Badiou)
I pesci non sanno nulla della luna
la luna non sa nulla delle meduse.
E chi vive negli abissi del mare
non ha idea delle onde.

La radice non vede mai il fiore
e il fiore mai il gambo
e così via.

Nessuna cellula del corpo sa
come mi chiamo, che io ho un nome.
A nessuno viene in mente
chi io sono, che io sono.

Viceversa anche a me
il corpo appare come un animale sconosciuto.

Se nessuna cosa l'altra conosce,
tutto rimane trascendente.

(G. Anders)


"Que' prudenti che s'adombrano delle virtù come de' vizi, predicano sempre che la perfezione sta nel mezzo; e il mezzo lo fissan giusto in quel punto dov'essi sono arrivati, e ci stanno comodi." (A. Manzoni)

Dal sublime al pianto

 
Quando è di fronte alla natura, lo spirito, al contrario di quel che Kant vorrebbe, non si accorge tanto della propria superiorità quanto di avere dimensione naturale. Quest’attimo muove il soggetto dal sublime al pianto. Il ricordo della natura dà via libera alla consolazione che il soggetto trova nel porsi da sé: “La lacrima sgorga, la terra mi riacquista”. Qui l’io, spiritualmente, esce dalla prigionia di se stesso. Si accende un bagliore in quella libertà che la filosofia con colpevole errore riserva al contrario, alla tirannia del soggetto. La signoria che il soggetto impone alla natura imprigiona anche lui: la libertà dà segno di sé nella coscienza della somiglianza del soggetto con la natura.

(Th. W.  Adorno, Teoria estetica, Einaudi, Torino 1977, p. 460)
In amore la fedeltà significa che la casualità di un incontro viene sconfitta giorno dopo giorno dall'invenzione di qualcosa che durerà
(Alain Badiou)

L'immagine brucia

L’immagine brucia. Brucia del reale a cui essa si è, per un momento, avvicinata…Brucia del desiderio che la anima, dell’intenzionalità che la struttura, dell’enunciazione, e persino dell’urgenza che manifesta…Brucia della distruzione, dell’incendio che ha rischiato di polverizzarla, da cui è scampata e di cui, perciò, essa è oggi capace d’offrire ancora l’archivio e la possibile immaginazione. Brucia del bagliore, cioè della possibilità visiva aperta dal suo stesso consumarsi: verità preziosa ma passeggera, poiché destinata a spegnersi (come una candela ci illumina ma, bruciando, si distrugge). Brucia dell’intempestivo movimento, incapace com’è di fermarsi una volta in cammino….Brucia della sua audacia…Brucia del dolore da cui viene e che procura a chiunque si prenda il tempo di attaccarvisi. Infine, l’immagine brucia della memoria, vale a dire che essa brucia ancora, anche quando non è più che cenere: come a dire la sua essenziale vocazione alla sopravvivenza, al malgrado tutto. Ma, per saperlo, per sentirlo, bisogna osare, bisogna avvicinare il nostro viso alla cenere. E soffiare dolcemente perché la brace, al di sotto, ricominci sprigionare il suo calore, il suo bagliore, il suo pericolo. Come se, dall’immagine grigia, s’elevasse una voce:"‘non vedi che brucio?"

(G. Didi-Huberman)

Gli uomini disapprendono l'arte del dono

Gli uomini disapprendono l'arte del dono. C'è qualcosa di assurdo e incredibile nella violazione del principio di scambio; spesso anche i bambini squadrano diffidenti il donatore, come se il regalo non fosse che un trucco per vendere loro spazzole o sapone (...) La vera felicità del dono è tutta nell'immaginazione della felicità del destinatario: e ciò significa scegliere, impiegare tempo, uscire dai propri binari, pensare l'altro come un soggetto: il contrario della smemoratezza. Di tutto ciò quasi nessuno è più capace. Nel migliore dei casi uno regala quel che desidererebbe per sé, ma di qualità leggermente inferiore. La decadenza del dono si esprime nella penosa invenzione degli articoli da regalo, che presuppongono già che non si sappia cosa regalare, perché, in realtà, non si ha nessuna voglia di farlo. Queste merci sono irrelate come i loro acquirenti: fondi di magazzino e dal primo giorno. Lo stesso vale per la riserva della sostituzione, che praticamente significa: ecco qui il tuo regalo, fanne quello che vuoi; se non ti va, per me è lo stesso; prenditi qualcosa in cambio. Rispetto all'imbarazzo dei soliti regali, questa pura fungibilità è ancora relativamente più umana, in quanto almeno consente all'altro di regalarsi quello che vuole: dove però siamo agli antipodi del dono. Di fronte alla maggior dovizia di beni accessibili anche al povero, la decadenza del dono potrebbe lasciarci indifferenti. Ma anche se, nell'abbondanza, il dono fosse diventato superfluo - e questo non è vero, sul piano privato come sul piano sociale, perché non c'è nessuno oggi, per cui la fantasia non potrebbe scoprire proprio quell'oggetto che è destinato a fare la sua felicità -, continuerebbero a soffrire della mancanza di dono quelli che non donano più. Deperiscono in loro quelle facoltà insostituibili che non possono fiorire nella cella isolata della pura interiorità, ma solo a contatto del calore delle cose. Un gelo afferra tutto ciò che essi fanno, la parola gentile che resta non detta, l'attenzione che non viene praticata. Questo gelo si ripercuote, da ultimo, su coloro da cui emana.



(T. W. Adorno, Minima moralia. Meditazioni sulla vita offesa, Einaudi, Torino 1994, pp. 38-39)
Se un uomo che si crede un re è un pazzo, un re che si crede un re non lo è da meno. (J. Lacan)
Magari non sappiamo cosa sia il Bene assoluto, la Legge assoluta o anche solo cosa sia l'Uomo, l'Umano o l'Umanità. Ma sappiamo benissimo ciò che è disumano. (Th. W. Adorno)
Le citazioni sono come i briganti ai bordi della strada che balzano fuori armati e strappano l’assenso all’ozioso viandante.

(W. Benjamin)
Noi stessi possiamo amare gli animali, ma in generale li amiamo quando non desideriamo né ucciderli, né mangiarli e li disprezziamo comunque. Lo sguardo dell’uomo moderno sugli animali, lo sguardo generale, estrinseco alle reazioni individuali, con cui li vediamo, è uno sguardo assente, è lo sguardo con cui vediamo le cose utili e qualunque. In generale, ai nostri occhi l’animale non esiste; ed è per questo che non muore. O, se si vuole, noi ci accordiamo per eludere la morte, per sottrarla a tutti gli occhi, in breve, per costruire un mondo in cui l’agonia e la morte dell’animale siano come se non ci fossero.

(Georges Bataille)
No, tu non mi toccherai
Né in estate né in inverno,
Né quando la luna cresce
Né quando si disperde.

Né con le mani del desiderio
Né in immagine,
Né con bocca d’amore
Né con bocca lacerata.

Se dormi,
Tornerò tuttavia
Sulle tue labbra.

Se sospirando
Ti volgerai
Come per chinarti, oh mio viandante,
Su di una fonte,

Io vi sarò, la tua bocca
Sfiorerà le mie palpebre chiuse.

Yves Bonnefoy, da “Le nuvole”, in Id., Nell’insidia della soglia, Einaudi, Torino 1990, p. 85.
‎"Non sono nata per condividere l'odio, ma per amare con chi ama" (Sofocle, Antigone)
"L'ordine della fedeltà, che la società impartisce, è strumento dell'illibertà, ma è solo nella fedeltà che la libertà si ribella all'ordine della società" (Th. W. Adorno)
C'è una crepa in ogni cosa, ma è da lì che entra la luce. (Leonard Cohen)