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L'Amore non mi aspettava
sorpreso mi ha visto arrivare
attraverso i tuoi occhi
commosso mi ha preso nelle tue braccia
e mi ha coperto dei tuoi baci
I pesci non sanno nulla della luna
la luna non sa nulla delle meduse.
E chi vive negli abissi del mare
non ha idea delle onde.

La radice non vede mai il fiore
e il fiore mai il gambo
e così via.

Nessuna cellula del corpo sa
come mi chiamo, che io ho un nome.
A nessuno viene in mente
chi io sono, che io sono.

Viceversa anche a me
il corpo appare come un animale sconosciuto.

Se nessuna cosa l'altra conosce,
tutto rimane trascendente.

(G. Anders)


Cronofonie d’asfalto
Tra le afasie criptate
Non c’è voce
Per chi evoca le esequie del suo nome.

Dalla brace
Della sua consumazione
Filtrerebbe appena,
un incavo chiarore,
nel vociare
d’arzigoogolati incontri.

C’è chi invoca
Dell’esatto consolare a rendere
L’incanto e la cauzione;
ma io cerco l’equinozio e non la stella:
causazione dell’incauto dono,
dolore malinteso
solitario indirizzo di silenzio.

Nell’equivoco di un’ora che non passa
Da chiamare
Come attendere
Di un tempo che si volti.

Sonetto d'occasione per le nozze di DT :-)

Ora l'inverno del nostro scontento
s'è fatto estate gloriosa di nozze.
Andiamo in stampa, buttate le bozze!
Non è più tempo di ripensamento.

Timpano è l'Actarus della Frosini,
Mimì Ayuara è l'Elvira a Daniele;
un mostro Aniwa che serra le chele
stringe in "ammore" i vivaci sposini.

Dalla sua scatola il Pinocchio-Duce
risorge bimbo e si fa Matteotti.
Con kataklisma di danzanti notti
lo ridestò, la sua fata, alla luce.

Già s'elettrizza questo concistoro:
parti geniali ora attende da loro.
Dove volgi lo sguardo
risuona l'orchestra di Praga.
Il suo cielo, sipario
che cinge la Storia in abbraccio,
e le nuvole il sole
che guarda e non si fa guardare.
Nascondono canzoni
i baffi del mio gatto,
più delle corde della mia chitarra
e vibrano sornioni
il loro repertorio astratto.
Se una scimitarra
li tagliasse,
come per miracolo
ancora crescerebbero e a suonare
riprendendo
del mio buffo strumento
senza vita
si farebbe
beffe, il gatto.
Cantico sperma di giubilo in croce
ma dell'etereo non sghembo. Riparo
guerre e intestini mi fanno da foce
corrispondendo all'eretico avaro.

Tu, risonanza magnetica e oscura,
notte di fame, assordata malizia,
mostrati! In ceche ghirlande di abiura
sarò il tuo Hus e con dolce mestizia

ti porterò in salvo. Sogno tremante
che appare e scompagina a rate (sette)
di cui non posso mai esser garante,

nel cuore nero di misere ghette
in cui mi affondo. La nullatenenza
mi muove, di contro e in totemica udienza.
Ridi ed alla vita fai il solletico.
Onesti gli occhi e il cuore virginale,
Sei l'angelo custode dell'ermetico
Sigillo dell'amore universale.

Enigma e gioco l'arte di capirsi;
Lungimirante l'occhio dell'istinto.
La lingua schiocca baci per scoprirsi,
Amica più del senso, muto e avvinto,

Che dei discorsi astuti dell'amore.
Abisso di dolcezza e di premura
Fu il mare che c'intrise di furore

Ad onde alterne, prive di paura.
Ritmo da negri in nuda confidenza:
Oltre il pudore santa è l'indecenza.
Un dio che urla sterile

ci crea quando sogniamo la sua gloria.
Il Verbo della Bestia
rovescia nell'orecchio
sofferente e concavo
colori
ubriachi di discariche
parole
che sembrano
cartocci di falene fulminate.

I loro batter d'ali d'oltretomba
che mimano
silenzi
di voci bianche attonite
l'amore
convesso ed offerente
ad occhi chiusi segue.
Ragliando versi d'angelo
mi coglie a vendicare il plus-lavoro

di fiori inascoltati.
A breve calme scariche previste
di clavicordi in danze d'acquazzoni
Le sfere pitagoriche
trasmettono notizie
di sinfonie climatiche nascoste
Il tempo è una ragazza
che canta nella Selva Nera. Pallida,
rovescia sulle spalle le memorie,
le annoda e le abbellisce

di capricci. Gelida,
mi guarda estranea, eppure è me che chiama
"amore", stando muta sulle punte.
A prenderla per mano

sicura ti conduce
a perderti, ché non ricorda nulla,
né corre dietro ad altro che di sé
l'immagine riflessa.
L'estate
sale dall'asfalto
e mi alita dappresso.
Esala i suoi passanti
nel debole pulsare del suo coma.
L'anomìa di pontili
appesi alla noia,
di scorci
gettati nell'arsura
mi scruta.
E mi cancella, il sole,
che giudica impietoso la città,
già sovraesposta allo spasimo
che coni d'ombra nega
in cui resistere.
La verità
che senza sfumatura dice,
acceca,
e con lo sguardo uccide.