L’alba del pianeta delle scimmie

E se l’animale rispondesse? 
(J. Derrida, L’animale che dunque sono)
No! 
(Cesare, L’alba del pianeta delle scimmie)


 

L'alba del pianeta delle scimmie (Rise of the Planet of the Apes), uscito nel 2011 e diretto da Rupert Wyatt è un film che ha la capacità di stupire. Non per gli effetti speciali (peraltro eccezionali, anche se sempre usati in modo funzionale alla storia e mai in modo auto-compiaciuto), ma per la forza e la coerenza della narrazione.
La storia di come le scimmie si ribellino all’umanità e inizino la propria rivoluzione per liberarsi dal giogo cui sono sottoposte è ben scritta, sfaccettata, profonda, commovente e, fatti salvi i presupposti immaginifici del racconto stesso, del tutto credibile. Sì, credibile perché credibile e ottimamente descritta è soprattutto l’evoluzione psicologica e morale del protagonista, lo scimpanzé “Cesare”. Figlio orfano di “Occhi luminosi”, una scimpanzé sottoposta ad esperimenti per il brevetto di un farmaco contro l’alzheimer (l’Alz-112), Cesare viene cresciuto in casa di Will, lo sperimentatore che ha sviluppato l’Alz-112 sulla madre, e sviluppa presto potenzialità cognitive superiori. Presto, però, Cesare comincia a porsi domande sulla propria identità, chiedendosi chi o che cosa è: un membro della famiglia umana che lo ha cresciuto? Un animale domestico? E chi sono i suoi genitori? Queste domande troveranno una risposta solo alla fine del film, quando Cesare capirà cosa vuol dire “casa” per lui. La storia prende una piega inaspettata quando Cesare assale e ferisce il vicino di casa durante un diverbio con l’anziano e malato padre di Will. La scena è emotivamente molto intensa, con l’attore che interpreta Cesare che rende in modo incredibilmente vivo il senso di colpa e l’animo scosso dello scimpanzé, colpito dalla stessa rabbia e violenza che è riuscito a scatenare e che prende al tempo stesso consapevolezza della paura che ha provocato negli umani intorno a lui. La legge umana, però, costringe Will a portare temporaneamente Cesare in un “rifugio per primati” in attesa della sentenza che dovrà decidere del destino dello scimpanzé. Qui Cesare vive il trauma dell’abbandono da parte della sua famiglia umana e vive il primo contatto con altri scimpanzé subendo un ulteriore trauma: viene infatti aggredito dal maschio alfa del gruppo, nonché sottoposto a violenze e maltrattamenti dagli stessi gestori del rifugio. La violenza degli umani e degli animali sono della stessa pasta, affermazione di una gerarchia che permette a chi riesce a inserirvisi in posizione subordinata di godere di un meschino spazio di potere su coloro che gli sono a sua volta sottoposti. Sarà questa esperienza formativa che porterà Cesare a capire che l’unica via di liberazione è fuori dall’orizzonte del dominio e della violenza. La disperazione per essere stato lasciato solo lo spinge a cercare da sé una via di fuga che sarà però anche una progressiva presa di consapevolezza della condizione di prigionia degli altri compagni di specie. Cesare svilupperà un senso di solidarietà con gli altri scimpanzé che lo porterà a rifiutare, anche con dolore, la possibilità di “tornare a casa” che gli viene offerta da Will dopo aver corrotto il suo carceriere. Cesare ha infatti maturato la consapevolezza che la sua “casa” è il luogo in cui può “essere se stesso” e che “essere se stesso”, per un mutante e schiavo come lui, non è una cosa semplice e immediata, ma dovrà comportare una lotta e, soprattutto, una scelta: tra la schiavitù (anche mentale) e la libertà. Se all’inizio, infatti, egli disegna con un gesso sulla parete della cella la forma della finestra da cui era solito osservare il mondo esterno in casa di Will, ora, dopo aver cancellato con rabbia quell’immagine consolatoria, decide di trovare la propria “casa” e dunque la propria identità assieme ai suoi fratelli scimpanzé e ciò sarà possibile solo con un atto di liberazione dalla schiavitù che li tiene prigionieri tutti. È dunque con un atto di ribellione che Cesare definirà la sua identità. Il piano di fuga/liberazione di Cesare inizia con l’affermazione della sua leadership nel gruppo degli scimpanzé. È interessante che questa venga ottenuta non con lo scontro fisico violento contro il maschio alfa del gruppo ma con l’astuzia e l’alleanza. Cesare dopo essere riuscito ad aprire la propria gabbia non fugge ma libera Buck, il Gorilla del rifugio, isolato da sempre da tutte le altre scimmie e chiuso in un’angustia gabbia senza possibilità di uscire. Dopo essersi guadagnato la solidarietà di Buck, attira il maschio alfa in campo aperto e ne ottiene facilmente la sottomissione davanti al resto del branco. Ma non si tratta di una semplice lotta per il potere: Cesare sa di poter aiutare tutti gli altri scimpanzé a liberarsi ma per farlo ha bisogno del loro sostegno e della loro fiducia. E ha bisogno di spezzare la gerarchia interna del gruppo che si accomoda sull’asservimento del gruppo agli umani per sostituirla con una disciplina rivoluzionaria. Cesare ha studiato Lenin, anche se non lo sa! Il vincolo di solidarietà viene stretto così anche con tutti gli altri, rubando i biscotti del carceriere e distribuendoli equamente. Infine, Cesare evade e riesce a rubare il farmaco che ha permesso a lui di sviluppare la propria intelligenza e lo somministra ai compagni, permettendo così loro di organizzare assieme a lui la fuga e la rivolta contro gli umani. La parte finale del film mette in scena l’eroica, magnifica battaglia delle scimmie per la libertà. Dopo essere evasi, il gruppo di “rivoluzionari” libera gli scimpanzé prigionieri dello zoo e del centro di sperimentazione. Qui si uniscono a loro altre scimmie rese “intelligenti” dal farmaco di Will che però ora è diventato un virus che se da un lato alimenta l’intelligenza delle scimmie è in realtà mortale per la specie umana. Si inizia a intravedere il motivo che porterà all’estinzione e alla regressione evolutiva dell’umanità e al sorgere di un nuovo gruppo di primati intelligenti in grado di dominare il pianeta, esattamente lo scenario disegnato dal film che ha dato avvio alla saga: Il pianeta delle scimmie del 1968 (nel film viene anche mostrata, fugacemente, la notizia della nave spaziale persa nello spazio che apparirà poi all’inizio del primo film). La ribellione viene scatenata da Cesare che di fronte all’ultimo sopruso del suo carceriere si ribella, gli blocca la mano che tiene l’arma con cui vorrebbe percuoterlo e alla richiesta: “toglimi di dosso quelle luride zampe da scimmia” (una frase che variamente pronunciata da umani e da scimmie ricorre diverse volte nei film della serie) urla “no!”. Imparando a parlare la scimmia sorprende e atterrisce gli umani, galvanizzando i suoi simili e portandoli alla vittoria. La battaglia sul ponte che conduce alla foresta appena fuori città è epica. Il lento sviluppo della personalità di Cesare conduce a vedere nel branco scatenato di scimmie che si fanno strada verso la libertà i veri protagonisti “buoni” del film. È difficile riuscire a creare una situazione filmica in cui lo spettatore sia portato spontaneamente a parteggiare non per gli umani ma per gli altri. Eppure il film riesce benissimo in questo intento: la battaglia per la libertà portata avanti dalle scimmie è talmente giusta che non è possibile non parteggiare per loro e questo del tutto a prescindere da ciò che soggettivamente si crede rispetto al tema della liberazione animale. In questo senso il meccanismo narrativo rovesciato tipico della sci-fi funziona alla perfezione, senza sbavature e senza ambiguità. Non che gli umani vengano presentati come “cattivi”, è la situazione oggettiva in cui vengono tenute le scimmie a metterli dalla parte del torto e a far sembrare anche le violenze commesse delle scimmie come atti giustificati di auto-liberazione. Anche perché il regista ha cura nel sottolineare il costante sforzo di Cesare di far sì che la violenza delle scimmie non sia mai gratuita e non degeneri in vendetta. In questo ricorda la tesi esposta da Dr. Zaius nel primo film, secondo cui solo gli umani, al contrario delle scimmie, eserciterebbero violenza indiscriminata (arrivando addirittura ad uccidersi l’un l’altro), nonché il finale del film da cui L’alba del pianeta delle scimmie ha preso maggiore ispirazione, cioè The Conquest of the Planet of the Apes. Qui, lo scimpanzé protagonista (chiamato anch’egli Cesare) dopo aver vinto la prima battaglia contro gli umani faceva abbassare le armi alle sue “truppe” dicendo: “noi non domineremo gli umani con la violenza ma con la comprensione” (l’unico scimpanzé che sembra avere tratti malvagi e vendicatori è Koba, nome che ricorda da vicino Stalin di cui sembra tratteggiare ironicamente il temperamento ottuso e violento). La conclusione del film vede Will cercare di offrire un’ultima possibilità di ritorno a casa a Cesare ormai padrone della foresta assieme ai suoi compagni. Cesare ripeterà, stavolta a parole, ciò che con i gesti aveva già detto la prima volta al suo ex “padrone”. “Cesare è a casa”, ora so chi sono, il mio destino è nelle mie mani, sarò ciò che io stesso farò di me. L’ultima immagine, pacificante e inquietante al tempo stesso, vede Cesare salire sulla sequoia più alta del bosco, attorniato dalle scimmie che lo ringraziano e si stringono attorno a lui e lo seguono in cima, dove osservano la città degli umani da lontano (quella stessa città che un giorno cadrà e li vedrà eredi del dominio che hanno subito). Eppure, prima di salire, Cesare rivolge un ultimo sguardo all’umano che lo ha salvato e cresciuto, quasi a chiedere ancora il permesso di poter salire. Ma non si tratta più di un atto di sottomissione. Cesare ama e rispetta chi, anche sbagliando, lo ha amato per primo. E quest’ultimo gesto è, paradossalmente, il vero segno di un’emancipazione avvenuta perché fondata non sull’odio che porta necessariamente alla distruzione dell’altro, ma sull’amore che segue le vie nascoste del possibile e redime, in uno stesso gesto di apertura reciproca, sia chi lo fa che chi lo riceve.