Nota sulla vegefobia

Pubblicato originariamente su Asinus Novus

Trovo davvero singolare che un testo che offre per 9/10 una teoria della paura dell’animale (umano e non-umano) nonché riproponga in forma sintetica riflessioni svolte ampiamente in altri saggi cartacei (Al di là della natura) e online (i vari saggi apparsi negli scorsi anni sulla rivista “Liberazioni“) abbia suscitato tante polemiche. Polemiche volte non a contestare i 9/10 delle mie argomentazioni sulla “dialettica della civiltà”, ma l’1/10 in cui a partire da tali argomentazioni mi sono permesso di criticare il concetto di “vegefobia”. Evidentemente non è possibile fare critiche a partire da una concezione diversa del rapporto tra umani e non-umani e di politica antispecista. Una sassaiola dell’ingiuria è caduta sul mio cranio per aver toccato il sacro totem! Chi lo tocca muore!
L’argomento favorito contro il mio scritto è stato che io non ho citato i testi in cui si difende la “vegefobia”. Strano. Di solito, quando uno dice qualcosa di impreciso o di falso, si usa citare dei passi in cui questa imprecisione o falsità è evidente. Nulla di tutto questo accade! Si citano genericamente i “sacri testi” e si invita a leggerli e studiarli attentamente, perché “questa è serietà”. Invece, elaborare una teoria alternativa, che parte da presupposti diversi (cioè non inficiati dal liberalismo/individualismo/moralismo singeriano e animalista “classico”) e proporre quindi una critica di questo tipo di atteggimento non è serio. Potrei con lo stesso diritto pretendere che i miei critici attuali leggessero e commentassero i miei scritti prima di arrivare a conclusioni affrettate. Invece lascio che siano i lettori a decidere quale teoria sia meglio fondata, maggiormente esplicativa e più fruttuosa per il movimento.
Chi continua a parlare di “discriminazione”, chi continua a mettere al centro del problema animale la “carne” e il “vegetarismo”, chi organizza manifestazioni basandosi sugli “argomenti diretti” ecc. rimane nella mia visione (ampiamente argomentata nei testi già variamente citati e mai letti o confutati dai sacri difensori del totem “vegefobico”) un vegetariano che magari aspira a teorizzare un cambiamento sociale/politico e che però non ha né una teoria, né una prassi adeguata a questo scopo.
In effetti, avevo notato già da tempo che nel club dei militanti veggiepridisti le critiche non sono bene accette. La risposta alle critiche, molte volte, è stata: “ma perché non capite?”, “ma perché vi accanite contro di noi?”, quasi che fosse un delitto di lesa maestà pensare in modo diverso e quindi criticare iniziative che si ritengono sbagliate nelle premesse teoriche e nelle conseguenze pratiche. Se qualcuno non accetta il loro punto di vista deve per forza essere in malafede o non aver capito. L’ipotesi che semplicemente possa non essere d’accordo non viene minimamente presa in considerazione… Un riflesso identitario tipico dell’animalismo.
La “teriofobia” (*) propone una teoria alternativa dei rapporti sociali, psicologici, economici e politici tra natura e cultura, tra l’umano e il non-umano. Ho cercato di dare una visione corretta dell’impostazione e dei limiti del discorso sulla “vegefobia”; se ho sbagliato vorrei che mi fosse mostrato nel dettaglio rispetto al discorso che ho impostato io (da anni e indipendemente da quello di chi sostiene in Italia la “vegefobia”, dunque un discorso che ha pari dignità e diritto  di essere ascoltato e compreso nella sua interezza). Ciò che di giusto può esserci nella “vegefobia” ritengo sia qui incluso e portato ad un livello diverso di articolazione. Può non piacervi, amici, ma nessuno vi nega il diritto di restare attaccati alle vostre convinzioni e difenderle.
Per parte mia farò lo stesso e ribadisco il mio diritto di criticare ciò che ritengo vada criticato. A meno che uno non mi dimostri che l’interezza del mio discorso (cioè i 9/10 che i sostenitori della “vegefobia” ignorano e fanno finta che non esista) non porta alle conclusioni cui sono giunto.
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(*) Che in italiano si scrive proprio così, nonostante i dubbi sarcastici di Agnese Pignataro che pensa di ricorrere anche a mezzucci come questo pur di screditare l’avversario, forse dovrebbe leggere e riflettere di più prima di lanciarsi all’assalto di ciò che non conosce.