Visto dall'alto il mondo è un altro mondo



Visto dall’alto il mondo è un altro mondo.
Viste dall’alto le nostre grandi imprese umane sembrano minuscole e irrilevanti, un formicolare di affaccendati tristi.
Viste dall’alto le vite di tutti gli esseri viventi che adornano la terra appaiono, in un colpo d’occhio e di ali, come una cosa sola.
Zampe esili tastano il mondo e ne saggiano la consistenza, aggrappate ad un ramo o ad un filo ma pronte a volare via ad ogni istante.


Legate ad ogni cosa e fissate a nulla, le zampe di una libertà che pesa poco sulle cose perché del peso delle cose sa fare a meno.

Un mondo dove si è in tanti eppure c’è tanto spazio.
Un mondo dove le case si costruiscono con dedizione per sé e i propri figli, pezzo dopo pezzo, con l’intelligenza seria di chi misura il tempo con il metro della cura.
E che si abbandonano, senza rimpianti, quando il tempo giunge a maturazione.
Un mondo dove la velocità è un valore che si somma alla saggezza, dove non c’è ansia del futuro perché ogni gesto è costruito sulla fiducia. Perché per imparare a volare occorre fidarsi e lasciarsi andare.
E poi le ali. Il dono del volo, la capacità di sentire il proprio corpo sciogliersi nell’aria, l’elemento del vuoto che ti sostiene, il possibile che si fa orizzonte, la libertà che si incarna in una parabola danzante.
Ridicoli, imbarazzanti e spaventosi al confronto, Icaro Leonardo e i fratelli Wright.
La nostra invidia per gli uccelli è senza pari dall’alba dei tempi.
Ci guardano dall’alto – benché non dall’alto in basso – e questo a noi non va.
Non sopportiamo che esista una prospettiva al mondo che non sia la nostra.
Visto dall’alto il mondo è un altro mondo.

E così quell’altro mondo che ci affascina e deprime, perché mostra le mancanze del nostro, preferiamo chiuderlo in gabbia.
Perché la meraviglia delle cose pretendiamo possederla piuttosto che sfiorarla con le zampe come loro: anche se così facendo ne perdiamo irrimediabilmente l’essenza.
E se non possiamo averla preferiamo che non sia, che avvizzisca della nostra stessa tristezza.

Eppure avremmo molto da imparare dagli uccelli se decidessimo di aprire le gabbie e seguirne le impronte delicate.
Impareremmo a guardare il mondo sottosopra.
Che è poi l’unico modo per poterlo raddrizzare.