Nè con Musil nè con Goku: in difesa dell'edonismo messianico

Un tempo c'erano i cultori della grande arte che ti guardavano dall'alto in basso se non conoscevi a memoria l'ultimo quartetto di Beethoven. Se erano di sinistra forse potevi salvarti dicendo che ballavi le mazurke alla Festa dell'Unità. Sì, se eri popolare, ma veramente popolare non le cose confezionate dai mass media per rincoglionirti, allora avevi un angolo oscuro di mondo in cui rifugiarti: l'esistenza subumana in attesa di redenzione della cultura proletaria.

Oggi invece ci sono i cultori dei prodotti popolari che ti guardano dall'alto in basso se non conosci a memoria l'ultima serie tv sui vampiri detective dell'Arizona. Perché ora che i cultori della grande arte sono tutti morti o con un piede nella fossa, è in corso una clamorosa rivincita degli umiliati e offesi che non ha nulla da invidiare all'ossessione puritana dei vecchi parrucconi. Eh sì, perché puoi star sicuro che ogni volta che dici che magari ti piace quella canzone o quel film o quella serie tv ti spiattellano in faccia che, sì carino, però quell'altra canzone, quell'altro film, quell'altra serie sono tutta un'altra cosa.

E giù uno sbrodolamento di analisi sul perché non hai fatto la scelta giusta. Tu non capisci la complessità, banalizzi, fai scelte superficiali, questo rapper è meglio di quell'altro che non lo sai? E poi così non stai al passo con lo Zeitgeist, peggio, non hai capito dove c'è l'ideologia e dove c'è la verità, peggio ancora, non stai con i buoni, stai con i cowboys.

Gli esperti della cultura popolare di oggi riescono ad essere più spocchiosi e bacchettoni degli esperti di Rilke e di Klee. E ce ne vuole. Quasi te li fanno rimpiangere. Quasi.

Ché se c'è una cosa che l'arte popolare ha sempre promesso era di lenire l'ottusa seriosità dell'esistenza con il balsamo dell'effimero. Togliamole pure questo incanto e tanto vale mettersi a contemplare le fredde catene del lavoro. E sperare in una leggerezza vera che ci attenda dopo lo schianto che le spezza.