Uomo e animali – dal dominio alla solidarietà

Dall'incontro
Etica e Vegetarismo

Casa della Cultura
Milano
1° marzo 2008


Marco Maurizi
“Uomo e animali – dal dominio alla solidarietà”

Le cose che sono state dette finora credo ci abbiano largamente introdotto al fatto che una visione antispecista dei nostri rapporti con la natura, e con i nostri simili in generale, cioè una teoria che rifiuta l’idea che sia giusto sfruttare a proprio vantaggio gli altri esseri viventi, umani o non che siano, rappresenta un rinnovamento culturale direi epocale di cui facciamo forse ancora fatica a vedere i contorni e la portata. L’antispecismo direi che è un esercizio continuo di assunzione del punto di vista del più debole, del radicalmente “altro” da noi. E nel momento in cui noi facciamo questo esercizio, ossia cerchiamo di cambiare prospettiva, di vedere le cose dal punto di vista di chi sta dall’altra parte, in qualche modo ciò che siamo, ciò che abbiamo sempre creduto di sapere cambia, muta, si trasforma. Ribadisco che noi non abbiamo ancora piena percezione di quale profondo stravolgimento del pensiero implichi assumere l'ottica antispecista.
Pensiamo ad esempio a come l'antispecismo entri prepotentemente nella disputa sui valori che tanto dilania la coscienza culturale attuale. Nel dissidio tra laici e cattolici, come noto, si contrappongono un'etica del progresso e un'etica della vita. Ecco, se noi assumiamo l'ottica di un antispecismo radicale ci rendiamo improvvisamente conto che questa grande battaglia culturale in realtà non è che una battaglia fasulla, in cui le parti in causa divergono su tutto, tranne che sul destino che gli animali non umani sono costretti a subire! L'antispecismo mostra la falsa coscienza di questo dibattito, esso mostra come tale dibattito non cambi nulla nei rapporti reali tra le specie. Ciò è evidente se pensiamo alla tradizione cattolica, al suo spiritualismo, alla strana idea che la dignità dell'uomo si provi attraverso l'ignominia e, conseguentemente, il dolore inflitto alla bestia. Ma anche il campo "laico" e "progressista" non è da meno. Non è difficile trovare scienziati, filosofi e uomini di cultura progressista in genere sostenere con convinzione che l'uomo è un animale a tutti gli effetti e, addirittura, che la scienza "ha finalmente posto fine all'antropocentrismo"! Andate poi a chiedere a costoro quale conseguenza dobbiamo trarre da questa nuova consapevolezza, cosa significhi la "fine dell'antropocentrismo" e scoprirete che questo cambiamento epocale non fa alcuna differenza per il destino degli animali non umani, che l'uomo ha, sì, smesso di considerarsi il centro dell'universo e che tuttavia può tranquillamente continuare a comportarsi come se lo fosse!
La storia dell'umanità è segnata dalla sopraffazione del vivente e, oggi come ieri, c'è chi è disposto ad affermare che tale sopraffazione sia una caratteristica "naturale" della nostra specie, che i nostri rapporti con gli altri animali siano dei rapporti intrisecamente violenti e ingiusti. A giustificazione dell'attuale sterminio, si dice che "l'uomo ha sempre sfruttato la natura". Magari lo si dice con sincero rammarico, altre volte con una punta di compiaciuto nichilismo: in fondo, che animale orribile è l'uomo. Beh, è ora di dirlo e ribadirlo con forza: tutto questo è falso, assolutamente falso. L'uomo non ha sempre avuto un rapporto di tipo gerarchico e oppressivo con la natura non umana, così come non ha sempre vissuto in un tipo di società al suo interno gerarchica e bellicista. Anzi, noi sappiamo che solo quando l'uomo ha cominciato a rendere schiava la natura ha realizzato la ricchezza sociale necessaria a rendere schiavo l'uomo. Il passaggio dalla fase nomade, dalle "società di raccolitori-cacciatori", alla fase sedentaria, alle "società di produzione", ha segnato un mutamento profondo nel modo di intendere e trattare la natura, sia quella esterna che quella interna. Noi sappiamo oggi che le società alienate, le società classiste, patriarcali e belliciste sono le società in cui l'animale è stato reso schiavo. Non solo l'animale non umano, ma lo stesso animale umano. La civiltà del dominio non è solo la civiltà che ha addomesticato e reso schiava la natura esterna: essa è, come già Freud ammonì, la civiltà della repressione degli istinti e delle pulsioni, la civiltà dell'addomesticamento umano. Solo se l'essere umano comprende come la propria schiavitù non sia in realtà che la prosecuzione della schiavitù animale possiede le chiavi per la propria e l'altrui liberazione.
Dire “è sempre stato così….” è dunque falso. Lo specismo e la sua immediata conseguenza, lo stato di devastazione del pianeta, può invece cambiare perché è un costrutto sociale che possiamo smontare. E dobbiamo trovare gli strumenti per smontarlo. E lo strumento più formidabile è porci dal punto di vista della vittima assoluta di questo sistema, sulla cui pelle esso è costruito. Ma allora, si dirà: questo significa che dobbiamo tornare indietro? Ossia, ci siamo sbagliati? Penso di no. Senza voler assumere la retorica del progresso a tutti i costi penso che invece in un certo senso si tratta di andare avanti! Nel senso che questo tipo di sensibilità, ossia la sensibilità antispecista, questo riconoscimento dell’importanza fondamentale del rapporto empatico con l’animale, di cui stiamo parlando questa sera, sia stato reso possibile proprio dalla civiltà, dall’alienazione più tremenda che abbiamo creato grazie alla nostra organizzazione sociale. Cioè che la civiltà, con tutto il male che se può dire, ha prodotto l’idea di uguaglianza, idea che prima non c’era. E’ il concetto di eguaglianza universale. Ossia, non soltanto che non sopportiamo di provocare dolore agli altri animali, ma che non sopportiamo neppure che gli animali si provochino dolore, sofferenza, a vicenda. Che cos’è questo sentimento a prima vista assurdo che noi proviamo? E’ uno sbaglio? Potrebbe essere una degenerazione. Ma forse no. Forse c’è qualcosa di più. E’ questa stessa empatia di cui parliamo che fa si che se da domani chiudessero i macelli e ognuno (di “loro”…) dovesse procurarsi la carne che si trova oggi già pronta nei piatti, non so quanti sarebbero in grado di farlo. Perché hanno delegato ad altri “ultimi”, ad altri “deboli”, ciò che loro non vogliono fare.
L’idea che desideravo sinteticamente portare avanti è che l’antispecismo, ponendosi dal punto di vista della vittima, e provocando questo cambiamento di prospettiva, è un modo nuovo di pensare, un modo impensato di concepire i rapporti tra le specie. Tutte le specie. Non solo qualcosa che riguarda l’uomo e gli altri animali. L’uomo, essere naturale, nel momento e nella misura in cui si riconosce come tale, ha la possibilità di smettere di violentare la natura, di far si che natura stessa parli attraverso di lui. Se l’antispecismo riuscisse a teorizzare questo, in maniera più profonda e articolata di quanto fino ad ora siamo riusciti a fare, se riuscisse a trovare gli strumenti per destrutturare, smontare, la mega macchina, cioè il mostro tecnologico che frapponiamo tra noi e la natura, smontarlo e forse volgerlo ad altri fini, (e secondo me ha ancora parecchio da camminare per arrivare a fare queste due cose), direi che effettivamente sarebbe giusto percepire come un fatto epocale il cambiamento dei rapporti tra noi e gli altri animali. E che forse sì, è vero, non ci stiamo illudendo, non è soltanto un sogno.